2011

Ponte del Manetti: ponte ciclo-pedonale nella sede del "Ponte Leopoldo II"

Prato

 lavoro 3 di 3  CONCORSI - INFRASTRUTTURE
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Europaconcorsi
gruppo progettazione:Sandro Beltrami (capogruppo), Carlo Alberto Cozzani, Carla Zovetti
collaboratori:Paolo Bartoletti, Simone Perrone, Davide Giauna, Beatrice Colombo, Martina Asara
DALLA RELAZIONE DI PROGETTO

Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio. (Ivo Andrić “I ponti”, Racconti di Bosnia, 1963)

Premessa 
Per come viene enunciato, il proposito di costruire un nuovo ponte ciclo-pedonale nella sede del “ponte Leopoldo II” a Poggio a Caiano, comporta una straordinaria sfida progettuale, sintetizzata nell’assioma alla base delle richieste del bando: “[...] riproporre l’opera di ingegneria intesa quale il più alto ed innovativo prodotto dell’ingegno applicato alla risoluzione di uno specifico problema, in questo volendo indicare la necessità di coniugare il valore insieme tecnico ed umanistico del fare [...]”. La formulazione stessa del problema, che si identifica nella relazione tra luogo e programma, impone un interrogativo profondo e al tempo stesso lascia intendere possibili risposte. Questo quadro di riferimento, unico e irripetibile, rende ben chiaro che il progetto dovrà prendere forma proponendo un attento dialogo con il sito. Quest’ultimo inteso nella sua accezione più vasta, non solo come luogo fisico, ma come risultato – complesso e in continua evoluzione – dell’interazione di fattori di diversa natura. Il sito quindi, quale risultato di un continuo incrocio di relazioni, che il progetto cercherà di evocare, interpretare e articolare – in funzione di un’idea chiara e logica – per una sua possibile trasformazione ed evoluzione.
Il tempo 
Passato, presente e futuro appartengono alla coscienza e definiscono l’esistenza d’ogni essere umano o comunità. L’architettura si confronta con la nozione di tempo in una forma particolare. La durata di un progetto si riassume in un istante minimo, se comparato con l’età del sito in cui interviene, o con tutti i secoli di storia dell’architettura (che qui sembrano coincidere), oppure semplicemente con l’aspettativa di permanenza di ciò che si prevede di costruire. L’esercizio del progetto rappresenta così, una specie di gigantesco sforzo d’assimilazione, durante il quale tutti questi tempi sono evocati e compressi, formulando una proposta di interpretazione che li articola, e dalla quale risulta una continuità leggibile. Se la storia corrisponde, in qualche modo, alla sovrapposizione stratificata di presenti successivi, l’architettura è assimilabile ad un’archeologia della trasformazione, citando il regista Andrzej Wajda possiamo affermare che “l’uomo distrugge una civiltà, ma ne costruisce un’altra utilizzando i mattoni di quella precedente”. In ogni progetto la storia appare come scritta dall’inchiostro del nostro tempo, cristallizzata in una condizione materiale che annulla differenze di secoli. E quando, per un motivo o per un altro, l’architettura si appoggia ad una specifica eredità, esige sempre la fondazione di un tempo proprio del progetto. La fondazione di questo tempo – primordiale e legittimatore, legittimante e fondativo – è un atto di libertà e responsabilità da esercitare simultaneamente. In questo modo la conoscenza della storia non ci rende suoi prigionieri; anzi, invita in ogni momento ad assumere una condizione d’assoluta contemporaneità. Per quanto compiuta ci appaia la conoscenza oggettiva del passato, essa è sempre completata da un insieme di dati più soggettivi, che nell’atto di scoprire possibilità d’intervento aprono percorsi ai contributi decisivi della memoria, dell’intuizione, della sensibilità e dell’intelligenza. Nell’architettura la formulazione di un problema è sempre interpretazione, e la chiave di lettura di un luogo non può che essere il progetto della sua trasfigurazione.
Il paesaggio
Il Territorio Il paesaggio della campagna agricola di questa parte di Toscana affida la totalità dei suoi segni, delle linee che organizzano la trama planimetrica, dei quadri prospettici che ne trasmettono l’immagine, al lavoro e alla fatica dell’uomo. È un paesaggio naturale reso artificiale, schiacciato tra la catena dei rilievi del Montalbano (Monte Albano) e la pianura, dove è visibile tutto l’impegno per l’organizzazione produttiva di un territorio di sabbia e d’argilla che sedimenta le trasformazioni avvenute nella successione delle epoche conservandone segni e frammenti. L’immagine che riconosciamo è il collage delle macchie delle aree umide, costituite da stagni, laghetti, paludi, acquitrini, circondate da canneti, cespugli, pioppi e salici, che si sovrappongono alla matrice verde della campagna e che si intersecano con le linee ininterrotte, di filari di pioppi che incrociano ortogonali brevi tratti di faggi, querce, e arbusti; impronte della centuriazione, volumi geometrici di verdi prati coltivi e canali che corrono perpendicolari fino agli argini dei fratelli maggiori e ancora siepi, dimore rustiche e civili, così come raccontato nelle parole di Romano Bilenchi e nei quadri di Ardengo Soffici e Ottone Rosai . Ma questa immagine cresce dinamica per tutto il secolo scorso fino alla contemporaneità, include e giustappone linee dell’alta tensione e brani di infrastrutture tangenziali, lontano un distributore di benzina e le punte dei campanili romanici come nelle immagini di Luigi Ghirri che per primo ci ha mostrato la complessa frammentazione della trasformazione di quel territorio italiano che ogni giorno avevamo sotto gli occhi. Poggio a Caiano è un piccolo comune completamente immerso in questo ambiente, all’incontro delle direttrici fra Firenze e Pistoia da un lato e tra Prato e il Montalbano dall’altro, porzione a sua volta di un territorio più vasto e omogeneo disteso fino alla lenta ondulazione della collina. Dal poggio è possibile godere della vista su questa piana, che comprende il parco del Bargo, il territorio agricolo che corre lungo il fiume Ombrone fino alla Villa Medicea, la Villa stessa e che, facendo parte un più ampio sistema che comprende la tenuta delle Cascine di Poggio-Tavola, costituisce un valore storico e culturale d’inestimabile importanza. In questa zona Lorenzo il Magnifico si dedicò ad un’ampia opera di razionalizzazione delle attività agricole nei poderi a Nord del fiume. Alle opere medicee seguirono nel poi quelle degli Asburgo-Lorena e dei Savoia. Le immagini d’alcuni decenni addietro ci mostrano un territorio rurale, a prevalente attività legata all’agricoltura, che negli anni è stato oggetto di profonde trasformazioni urbanistiche che ne hanno modificato radicalmente il paesaggio e le funzioni, trasformandolo in quella che sovente è definita “campagna urbanizzata”, un concentrato d’industrie, imprese e grandi infrastrutture, pur rimanendo tuttavia un’area a vocazione agricola, ricca di risorse e di luoghi di particolare pregio dal punto di vista ambientale, storico e naturalistico. In particolare quest’ultimo aspetto deve considerarsi una risorsa preziosa del territorio, infatti il complesso naturalistico delle aree palustri, con stagni, canali, fasce vegetazionali, incolti e coltivi, posti in comunicazione fra loro da una serie di corridoi ecologici merita di essere valorizzato e preservato, poiché la sua sopravvivenza è di per sé fondamentale per la conservazione delle biodiversità, ma può essere altresì risorsa per lo svolgimento di attività ludiche ed educative poiché consente la fruizione di un ambiente “naturale” a portata di mano. Questo straordinario unicum territoriale, costituisce quindi una risorsa essenziale, rappresentativa di un intero territorio e le recenti azioni di pianificazione – a livello di politiche locali e provinciali – sono proprio mirate alla mitigazione dell’impatto della crescente urbanizzazione sul paesaggio e l’ambiente, per quindi rafforzarne l’identità rurale e la sua conservazione, con la riqualificazione e valorizzazione del ricco patrimonio naturale e storico, destinandolo a nuove funzioni produttive, culturali, ricreative e per il tempo libero, integrandone le qualità artistiche e monumentali con quelle paesaggistiche e ambientali, salvaguardando e tutelando gli elementi significativi dell’ambiente.
Il progetto 
La proposta progettuale, interpreta l’assunto alla base del bando, ovvero la necessità di coniugare il valore insieme tecnico ed umanistico del fare, e si propone di superare l’ambito puramente disciplinare del progetto, non limitandosi pertanto ad intenderne gli elementi componenti in funzione della loro fisicità materiale, delle dimensioni geometriche, della tattilità, ma ponendo le basi per sottolinearne gli effetti di rumore, di luce, di colore, in uno spazio che viene attraversato e reso domestico in senso sia fisico sia mentale. Tutto ciò si fonde nel progetto di paesaggio, dove le componenti del vedere, del sentire, dell’annusare, del toccare, non sono qualità solo scenografiche, ma caratteri fondanti, al pari dei più consueti requisiti architettonici di tecnologia, di struttura e di composizione. L’intento è quello di superare la concezione dell’opera quale oggetto a sé nel contesto paesaggistico, urbano ed architettonico, e di sperimentare la creazione di luoghi in cui le diverse competenze disciplinari siano coinvolte in un dialogo progettuale. Luoghi in cui entriamo con tutti nostri sensi e non solo con lo sguardo: da spettatori ad interpreti del paesaggio.
Si considerano questi nuovi parametri per la definizione di spazi e di comunicazione, come il tempo, le posizioni, le superfici. Il linguaggio della sensorialità diviene parte del progetto e non una decorazione posticcia. La misura dello spazio aperto. Il significato e il valore di un luogo sono comunicati in modo istantaneo attraverso ciò che potrebbe essere ricondotto alla figura dell’apparizione. Il paesaggio, invece, è una costruzione di senso che si svolge nel tempo, attraverso l’interazione tra natura e cultura, tra un territorio e i propri abitanti. Il nostro progetto lavora sulla tensione che contrappone il luogo al paesaggio. Riscrivere i margini. Il progetto presuppone un ribaltamento del significato e dell’uso del corso d’acqua e dei suoi argini, una nuova interpretazione che assegna loro il ruolo di un vuoto attivo e stimolante, un catalizzatore di vita sociale trasformato in virtù della semplice ma potente reinvenzione dei bordi. L’acqua è data, il paesaggio agreste attorno è consolidato, rimangono i bordi, ovvero ciò che “è tra”. Nelle illustrazioni planimetriche usualmente essi vengono solitamente rappresentati come dei “filamenti” che corrono lungo i limiti del corso d’acqua. La proposta, o meglio il suggerimento, di operare su di essi, certamente significa modificare gli strati dei piani nei loro caratteri materici e formali, ma soprattutto andare a toccare temi legati alla mobilità dolce, all’uso del tempo libero, alle attività outdoor con mezzi e forme eco-compatibili. Il progetto intende proporsi come contributo alla costruzione e alla promozione infrastrutture territoriali dismesse (strade arginali, percorsi storici, ferrovie, ecc.), sulla compatibilità e l’integrazione fra diversi utenti, sulla separazione dalla rete stradale ordinaria, sulla mobilità promiscua con i mezzi motorizzati su percorsi a bassa intensità di traffico, sull’integrazione con il sistema dei trasporti pubblici locali e con la rete dell’ospitalità diffusa, dei percorsi storici e culturali o ad altri tipi di turismo sostenibile. Le proposte di sistemazioni spondali del corso d’acqua, quindi si propongono come dei suggerimenti per alcuni possibili usi degli argini, a tutti gli effetti intesi come spazi pubblici dove svolgere attività ludiche ed educative (footing, birdwatching, cicloturismo, sosta rigenerante, ...), impiegando sistemi mirati alla difesa e alla protezione delle sponde mediante ingegneria naturalistica “viva”, impiegando materiali naturali (legno, fibra vegetale, ecc.), sfruttando la funzione stabilizzante della vegetazione per mezzo d’interventi con palificate vive con talee, fascinate e viminate vive, coperture diffuse di salice, grate vive, gradinate e cordonate vive, ecc. Questo con l’intento non solo di fare emergere dal suolo quel palinsesto che la storia e le fatiche umane hanno depositato nell’arco di molti secoli, ma soprattutto di assegnare ad ogni piano un’identità formale e funzionale libera da precise costrizioni. Questi piani si muovono lievemente, ora disponendosi a rampa, ora inarcandosi per fare scorrere sotto di loro altri suoli o canali, ora estendendosi quieti lungo l’acqua, ora riducendosi a sottili banchine sino a trasformarsi, in alcuni casi, in spazi “abitabili”.
Luoghi, dunque. 
Suoli, muri, alberi, arbusti, terre, pietre, metalli e acqua sono offerti allo sguardo ravvicinato, all’esperienza sensibile del percorrere, del sostare e del toccare e, simultaneamente, sono ordinati, assemblati e modellati per costruire forme precise, spazi misurati, geometrie e sequenze. Negli spazi aperti progettati, in ogni dettaglio e piega del visibile irrompe l’infinito, come presentimento – raggiunto attraverso lo sguardo anche momentaneo – del rapporto con una distesa e un movimento incomparabilmente più ampio. Lo sfondo lontano e, più oltre, il cielo, l’orizzonte, come segno e annuncio di un’invocazione che richiama l’originaria appartenenza dell’uomo alla grande natura, prima che tecnica e cultura ne recidessero i legami. Interventi sul vuoto, la luce, il colore finalizzati a creare situazioni percettive assolute, dove, nell’esperienza dello spazio, sensibilità e intelletto vengono soddisfatti in un unico istante indivisibile. 
Il nuovo ponte | Lo spazio e il vuoto. 
Percorrendo i sentieri che portano all’area di progetto, le sagome degli archi del ponte Manetti si stagliano sullo sfondo della campagna circostante, assai avara d’emergenze ambientali significative, e appaiono oggi come un fatto d’eccezione rispetto allo spazio circostante. I manufatti in grigia pietra arenaria non sono solamente una rara testimonianza di un antico sistema infrastrutturale di strade e sentieri, di canali naturali e artificiali che anno segnato il territorio con tracce oggi interrate o scomparse, ma è anche l’immagine tangibile delle storiche relazioni che gli abitanti avevano con il proprio territorio. Questo luogo merita di essere conservato e potenziato senza che ne vadano perdute le qualità. Ciò che appare unico, entro il vuoto della campagna, non è solo la forma e la dimensione dei manufatti e delle “archeologie” rimaste, porte e caselli, antiche presenze oggi decontestualizzate, ma è l’effetto straniante prodotto dal vuoto e dalla mancanza, dal negare l’azione dell’attraversare. Queste pietre dilavate si differenziano da tutti gli altri lacerti murari che s’incontrano, perché ricordano sempre l’obiettivo per il quale sono stati costruiti; diventano degni della nostra attenzione perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le proprie concezioni, capacità tecniche, gusto e condizioni circostanti. 
Il nuovo ponte | Molteplicità 
Il contesto del progetto è fisico e culturale allo stesso tempo. Il ponte sarà, simultaneamente, causa ed effetto della concentrazione di persone e delle relazioni che tra loro s’instaurano, in questo luogo, in uno specifico momento e nel corso del tempo. Si tratta di un luogo dalle molteplici complessità, generate dai diversi fattori ambientali, paesaggistici e territoriali già descritti, che sono al tempo stesso protagonisti e comparse, soggetti e oggetti d’azioni altrui. Queste dinamiche, sono forse più facilmente riconoscibili tra gli individui che compongono la società, ma non sono molto diverse da quelle che si stabiliscono tra gli elementi che conformano il corpo del territorio. In un territorio con questa complessità, è inevitabile che una nuova costruzione – seppur infrastruttura – trovi nelle preesistenze e nei nuovi elementi del paesaggio una matrice di supporto, alla quale non può non appartenere e dar continuità. Il nuovo ponte | Sequenze | Spazio pubblico. Sentieri, rampe, scalinate, argini, strade, filari di alberi, piattaforme, aree di sosta, .... Il paesaggio viene continuamente inquadrato in molteplici sequenze delimitate dai frames generati dalla continua e mutevole sovrapposizione dei manufatti a ‘L rovescia’ che bordano i percorsi e i sentieri. A questi manufatti d’acciaio corten che ai loro estremi incorporano dei corpi illuminanti, sono delegate alcune delle funzioni connesse a temi e problematiche relative alle infrastrutture: delimitare, proteggere, illuminare, segnalare (emergenze, pericolo, informazione, ecc….). Le sequenze di sentieri, rampe, scalinate, argini, strade, filari di alberi, piattaforme, aree di sosta, ecc., rendono evidente il ruolo di un sistema di relazioni urbano che si articola sul territorio e ha come centro nevralgico il ponte, che in tal modo assume il ruolo di spazio pubblico di grande potenza evocativa, invitando gli abitanti ad incontrarsi e diviene un’icona innestandosi nel sistema delle infrastrutture e possibile meta di attività legate alle nuove forme di mobilità e di turismo culturale. 
Il nuovo ponte | La memoria 
Il progetto tende ad emergere da una lettura multipla del sito piuttosto che da una sua personale matrice. Richiamare i segni di precedenti interventi, immaginare tracce di una storia ancora da scoprire o da inventare rende affascinante quest’ipotesi di progetto. Affascinante per un duplice motivo: lucidità nella percezione dei segni della storia; ludicità nel gioco intuitivo di espandersi da un’idea mentre ci si confronta con le idee che hanno segnato un luogo. Lavorare al progetto utilizzando il tema del luogo e del contesto come spinta principale del ragionamento architettonico, abbandonando i clichè d’ambientamento e mimesi per muoversi in una declinazione del tutto concettuale. Il contesto non diviene spunto per ambientazioni storicistiche, ma è la base di uno studio profondo che conduce a cercare geometrie e significati perduti per strutturare il nuovo. Il contesto è sì palinsesto, ma è anche portatore di una serie di messaggi narrativi metaforici. In “Alla ricerca del tempo perduto” Proust identifica due diversi tipi di memoria: una è nostalgica localizzata nel passato, toccata da un sentimentalismo che ricorda le cose non com’erano, ma come vorremmo ricordarle, ed una è vivente, attiva nel presente e priva della nostalgia di un passato che si ricorda. Il progetto di un nuovo luogo deve aiutare a conoscere il passato attraverso la sua manifestazione nel presente. 
Il nuovo ponte | Forma 
L’intervento si colloca in uno spazio precisamente indicato nel bando di concorso. L’attraversamento del corso d’acqua vuole essere energico e rettilineo. Il ponte si presenta alla vista come una lastra rigida orizzontale con parapetti ai lati. La sezione è quella di una ‘U’. Parapetti e impalcato sono opachi. Il ponte poggia su due punti allineati corrispondenti agli spiazzi frontali degli antichi portali esistenti, proseguendo oltre gli stessi e incrociando i percorsi ciclopedonali lungo gli argini. Gli archi vengono integrati nell’architettura del progetto. Poiché il letto dell’Ombrone tende a straripare durante periodi di forti ed intense piogge, la quota di intradosso dell’impalcato è stata impostata a +41,00 m s.l.m. Ciò in accordo con la relazione di inquadramento idraulico che prescrive un franco di sicurezza di m 1,50 oltre la quota del pelo libero dell’acqua dell’ondata di piena con tempo di ritorno duecentennale, +39,50 m s.l.m. L’inserimento del ponte a questa quota più alta, ha indotto all’uso della forma semplice rettilinea descritta, così da contenere il peso del suo ingombro Lo schema statico utilizzato, trave continua vincolata in semplice appoggio scorrevole, al contrario di altre forme strutturali (arco ribassato) non trasmette azioni orizzontali agli appoggi (spalle esistenti), in tal modo si evitano onerose opere strutturali di fondazione. Oltre a ciò, si è preferito evitare forme complesse (strallature, archi ribassati, ecc. ...) per non entrare in conflitto formale con le geometrie delle pile e degli archi del vecchio ponte Manetti, manufatti considerati nel progetto alla stregua di archeologie da mantenere e preservare.
Il nuovo ponte | Struttura 
Per il dimensionamento del ponte pedonale, per quanto riguarda le azioni e le combinazioni di carico, si sono seguite le indicazioni contenute nel capitolo 5 delle Norme tecniche per le costruzioni, D.M. 14 gennaio 2008, dove sono presentati i criteri generali per la progettazione ed esecuzione dei ponti. La struttura viene indicata come ponte di categoria 3 (passerella pedonale), pertanto per quanto riguarda le azioni variabili si deve far riferimento agli schemi di carico: Schema di carico 4. Costituito da un carico isolato da 10 kN, con impronta quadrata di lato 0,10 m. Schema di carico 5: Costituito dalla folla compatta, agente con intensità nominale, comprensiva degli effetti dinamici, di 5,0 kN/mq. Oltre, naturalmente, le normali azioni dovute a neve vento e sisma. Il carico neve si considera non concomitante con i carichi di traffico (non essendo un ponte coperto). La struttura principale è costituita da due travi reticolari, aventi anche funzione di parapetto, di circa 35 m di luce, realizzate per mezzo di profilati a caldo d’acciaio zincato. Le travi s’innalzano a partire dalle pile esistenti, che vengono rinforzate al loro interno tramite l’inserimento di gruppi di micropali trivellati, realizzati con tubi camicia in acciaio (Ø 140 mm) riempiti con calcestruzzo fluido iniettato a pressione. I parapetti e il fondo del piano impalcato sono rivestiti con lastre di acciaio corten. L’ossatura dell’impalcato, largo circa 5 m, è costituita da un’orditura in profilati d’acciaio che collegano le briglie inferiori delle due travi reticolari sopra le quali sono applicati dei pannelli di lamiera d’acciaio nervata all’intradosso a sostegno della pavimentazione. Lo schema statico consente di limitare l’altezza dell’impalcato riducendo al minimo l’impatto visivo del manufatto e conferendo allo stesso l’aspetto snello ricercato. Per garantire un comportamento uniforme sotto le deformazioni indotte dai carichi accidentali e dalle azioni termiche, e stato adottato uno schema statico perfettamente simmetrico per tutti gli elementi costitutvi, in particolare le travi reticolari risultano vincolata in semplice appoggio scorrevole sulle spalle. L’adeguata controventatura contro le azioni orizzontali e garantita da elementi diagonali contenuti nello spessore dell’impalcato. L’eccentricità del sistema di controventatura rispetto all’asse delle travi principali causa un’apprezzabile influenza delle azioni trasversali (vento) sul regime tensionale, in ogni caso le membrature progettate garantiscono il controllo e l’assorbimento di tali sollecitazioni Ciascuna delle travate reticolari principali è stata suddivisa, per esigenze di montaggio e di trasporto, in 6 conci distinti, ognuno formato da 6 moduli base saldati tra loro, giuntati per mezzo di un sistema di piastre, spinotti e perni d’acciaio atto a ripristinare la sezione staticamente necessaria nella posizione del giunto. I conci sono lunghi circa 6 m l’uno. In considerazione del normale regime di piena del corso d’acqua, si prevede di realizzare il montaggio utilizzando strutture di supporto intermedie. La pavimentazione dell’impalcato è realizzata in tavole di larice massiccio sp. 4 cm, larghezza circa 20 cm, posate a secco, con giunto aperto di 10 mm, su orditura in profilati a freddo in acciaio zincato con sezione a ‘Ω’.

[....] tutto èpassaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell'infinito

e al cui confronto tuttii ponti dì questa terra

sono solo giocattoli dabambini, pallidi simboli.

Mentre la nostrasperanza è su quell'altra sponda.

(Ivo Andrić "Iponti", Racconti di Bosnia, 1963)